L’attesa che non conosce tempo: Hachiko, il significato della fedeltà e dell'amore
A volte basta un dettaglio minuscolo per far riaffiorare un’intera storia: il rumore lieve dei passi sull’erba umida, un soffio di vento che muove le foglie, lo sguardo attento dei miei Akita mentre osservano l’orizzonte.
Sono istanti semplici, quasi invisibili agli occhi di chi vive di fretta, ma capaci di aprire porte interiori che credevo chiuse da tempo. È in uno di questi momenti, durante una passeggiata qualunque nei campi dietro casa, che ho sentito riaffiorare un ricordo lontano. Non come un’ombra, ma come un invito a riflettere su ciò che la vita continua a mostrare anche attraverso i miei compagni a quattro zampe.
Ogni volta che li vedo muoversi con quella calma antica, con quella dignità silenziosa che appartiene solo agli Akita, capisco quanto il loro mondo sia diverso dal nostro, almeno quello occidentale. E quanto spesso siamo noi, con le nostre abitudini, le nostre ansie e le nostre convinzioni, a creare le difficoltà che poi attribuiamo a loro.
Da questa consapevolezza nasce il desiderio di raccontare. Non per difendermi, non per accusare, ma per condividere una verità semplice: gli Akita non hanno bisogno di essere compresi “di più”, ma di essere fraintesi di meno.
Ed è da qui che prende forma questo articolo.
Ci sono momenti nella vita in cui il passato torna a bussare, non per ferirci, ma per ricordarci chi siamo diventati.
Negli ultimi giorni ho percepito un’eco lontana, un richiamo a un episodio che risale a trent’anni fa, quando in questa stessa città mi venne sottratto Ice, il mio amato Siberian Husky.
All’epoca quella razza era una novità assoluta: un cane dagli occhi azzurri attirava curiosità, stupore, ma anche incomprensioni. Molti non conoscevano il carattere del Siberian Husky e lo etichettavano come testardo o poco intelligente. Eppure Ice camminava al mio fianco, libero, sereno, perfettamente educato. La verità è semplice: non è mai la razza a essere “difficile”, ma la nostra capacità di comprenderla, rispettarla e guidarla con coerenza.
Con determinazione e pazienza, Ice tornò a casa. Una storia che si concluse nel modo giusto, grazie alla volontà di non arrendersi.
Gli Akita sono cani straordinari: equilibrati, dignitosi, profondi. Chi li conosce davvero lo sa. Chi non li conosce, invece, tende a proiettare su di loro le proprie difficoltà: “testardi”, “non socievoli”, “maschi con maschi non vanno d’accordo”…
Etichette che svaniscono nel momento in cui si osserva un Akita ben educato, come le 5 meraviglie di mamma Biba e leri stessa, che accompagnano la mia vita in questo periodo. 6 Akita amate, rispettate e comprese.
Ma - come per tutte le razze - la loro socialità dipende da noi: da come li cresciamo, da come li guidiamo, da quanto siamo presenti, coerenti e responsabili.
Un Akita equilibrato è un capolavoro di armonia. Un Akita frainteso, invece, è un essere che paga le conseguenze dell’incapacità umana di ascoltare.
Perché diciamolo chiaramente: l’Akita non ha “padroni”. È un compagno, un alleato, un essere che ti concede fiducia solo se la meriti. E spesso è lui a rimetterci quando incontra un umano che non ha compreso questa semplice verità.
In realtà, se osserviamo la natura, il cane - e questo vale per tutte le razze - nasce già con un equilibrio innato. È un animale sociale, rispettoso, collaborativo. È uno dei pochi esseri viventi che ha scelto spontaneamente di avvicinarsi all’uomo, non per necessità, ma per affinità.
I problemi iniziano quando lo inseriamo in contesti che non gli appartengono: ambienti urbani caotici, ritmi innaturali, regole rigide, aspettative incoerenti. È lì che il cane può smarrirsi, irrigidirsi, “intestardirsi”. Non perché sia difficile, ma perché noi lo abbiamo allontanato dalla sua natura.
È l’essere umano che, con il proprio stile di vita, le proprie regole, le proprie tensioni — e soprattutto con i propri pregiudizi — influenza profondamente l’equilibrio del cane. Perché sono proprio quei pregiudizi, spesso inconsapevoli, a essere trasmessi all’animale e a modificarne la serenità naturale.
Eppure, se un Akita vivesse nei luoghi più adatti — tra contadini, pastori, monaci, o semplicemente persone tranquille, centrate, non stressate — troverebbe il suo equilibrio senza alcuno sforzo. È un cane che vibra con l’armonia, non con il rumore.
Basta guardare alla storia di Hachikō: cento anni fa, in una cittadina del Giappone, un Akita viveva libero, sereno, rispettato. Camminava da solo per le strade, attraversava la città, attendeva il suo umano alla stazione, senza mai arrecare disturbo a nessuno — né a un cane, né a un essere umano. Era parte della comunità, non un problema da gestire.
Oggi, invece, fatta eccezione per Akita Family Love, vedere un Akita libero in una città occidentale è come trovare un ago in un pagliaio. Non perché l’Akita sia cambiato, ma perché è cambiato il mondo intorno a lui.
E allora la domanda non è: “Perché l’Akita è così difficile?”
La domanda vera è: “Perché l’uomo moderno è così distante dalla natura dell’Akita?”
C’è un pensiero che sento il bisogno di condividere, più spirituale, più intimo.
Gli Akita arrivano da una cultura in cui l’anima non è un concetto astratto, ma una presenza viva. Sono cani che vivono di interiorità, di silenzi, di sguardi, di connessioni profonde. Sono esseri che percepiscono ciò che molti umani non vedono più.
E allora mi viene da dire:
Avete voluto portare gli Akita in Occidente, in un mondo dove la cultura dell’anima è nascosta, dimenticata, spesso ignorata. Avete voluto imporre regole rigide a esseri che, in fondo, sono più evoluti di molti di voi. Avete voluto trasformare un compagno spirituale in un oggetto da esibire, senza comprenderne la profondità.
Gli Akita non sono cani “da moda”. Non sono trofei. Non sono strumenti per colmare vuoti personali.
Sono esseri che chiedono rispetto, coerenza, presenza. E restituiscono tutto questo moltiplicato per dieci.
Il mio messaggio non nasce da frustrazione. È vero, troppo spesso mi ritrovo a dover tollerare l’atteggiamento di chi, con poca esperienza, cerca di creare paragoni forzati tra i miei Akita equilibrati e i loro cani resi difficili da una gestione incerta. Ma non parlo per polemica: parlo per fare chiarezza. Chi sceglie la strada della provocazione o della diffamazione spreca energie preziose che potrebbe investire nel migliorare il rapporto con il proprio cane — e forse anche con se stesso.
Se qualcuno ha bisogno di consigli, sono sempre disponibile a condividerli. Ma disturbare l’educazione di altri cani, o cercare di creare situazioni artificiose per screditare, è una scelta che non porta valore a nessuno.
È una perdita di tempo. È una mancanza di rispetto. È una rinuncia alla propria crescita.
Per questo ho deciso di accompagnare un semplice video — una passeggiata tranquilla nei campi dietro casa — con un messaggio chiaro e rispettoso. Non per alimentare conflitti, ma per affermare un principio: la nostra vita con gli Akita è fondata su equilibrio, dedizione e amore autentico.
Chi vuole comprendere, comprenderà. Chi vuole crescere, crescerà. Chi preferisce restare nel rumore, resterà indietro da solo.
Noi continuiamo il nostro cammino, con passo sicuro e cuore leggero. E con accanto esseri che, da millenni, insegnano all’uomo cosa significa davvero avere un’anima.
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